Il destino dell'uomo — del più brutale e animalesco, come pure del più santo — essendo l'immortalità, secondo l'insegnamento teologico, quale sarà il destino futuro delle innumerevoli schiere del regno animale? Diversi scrittori cattolici romani — il Cardinale Ventura, il Conte de Maistre e molti altri — ci dicono che «l'anima animale è una Forza».
«È cosa assodata che l'anima dell'animale», fa eco De Mirville, «fu prodotta dalla terra, poiché ciò è biblico. Tutte le anime viventi e semoventi (nephesh, ossia il principio vitale) provengono dalla terra; ma, si badi bene, non soltanto dalla polvere di cui furono fatti i loro corpi come i nostri, bensì dal potere o dalla potenza della terra; cioè, da tutte le forze... quelle del mare, dell'aria, ecc., tutte appartenenti a quelle Principalità Elementari (principautés élémentaires) di cui abbiamo parlato altrove.»1
Ciò che il Marchese de Mirville intende con questo termine è che ogni «Elemento» in natura è un dominio popolato e governato dai propri spiriti invisibili. I Cabalisti occidentali e i Rosacroce li chiamarono Silfi, Ondine, Salamandre e Gnomi; i mistici cristiani, come De Mirville, danno loro nomi ebraici e li classificano tra le varie specie di Demoni sotto il dominio di Satana — con il permesso di Dio, s'intende.
Egli si ribella anche alla dottrina di San Tommaso, il quale insegna che l'anima animale si distrugge insieme al corpo. «È una forza», dice, quella che «ci si chiede di annientare, la forza più sostanziale sulla terra, chiamata anima animale», la quale, secondo il Reverendo Padre Ventura, è «l'anima più rispettabile dopo quella dell'uomo».2 L'aveva appena definita una forza immateriale, e ora la chiama «la cosa più sostanziale sulla terra».3
Ma che cos'è questa Forza? Georges Cuvier e l'accademico Flourens ce ne svelano il segreto. «La forma, ossia la forza dei corpi», scrive il primo, «è per essi assai più essenziale della materia, poiché quest'ultima — senza per questo essere distrutta nella sua essenza — muta continuamente, mentre la forma permane in eterno». A questo proposito Flourens osserva: «In tutto ciò che ha vita, la forma è più persistente della materia; poiché ciò che costituisce l'ESSERE del corpo vivente, la sua identità e la sua immutabilità, è la sua forma.»
«L'Essere», osserva a sua volta De Mirville, «essendo un principio magistrale, un pegno filosofico della nostra immortalità», se ne deve dedurre che con questo termine ambiguo si intenda l'anima — umana e animale. È piuttosto, sospetto, ciò che noi chiamiamo l'UNA VITA.
Comunque sia, la filosofia, tanto profana quanto religiosa, conferma questa affermazione: che le due «anime» sono identiche nell'uomo e nella bestia. Leibniz, il filosofo caro a Bossuet, sembrò accreditare, in una certa misura, la «Resurrezione degli animali». La morte era per lui semplicemente «il temporaneo involucro della personalità»; egli la paragonava alla conservazione delle idee nel sonno, o alla farfalla racchiusa nel bruco. «Per lui», dice De Mirville, «la resurrezione4 è una legge generale della natura, la quale diviene un grande miracolo solo quando è compiuta da un taumaturgo, e ciò in virtù della sua prematurità, delle circostanze che l'accompagnano, e del modo in cui egli opera». In questo Leibniz è un vero Occultista senza saperlo.
La crescita e la fioritura di un fiore o di una pianta in cinque minuti anziché in giorni e settimane, la germinazione e lo sviluppo forzati di una pianta, di un animale o di un uomo, sono fatti registrati negli annali degli Occultisti. Sono soltanto miracoli apparenti; le forze produttive naturali vengono accelerate e intensificate mille volte dalle condizioni indotte secondo leggi occulte note all'Iniziato. Ma perché chiamare l'uno miracolo divino, e l'altro sotterfugio satanico, o semplice inganno?
Eppure, da vero filosofo, Leibniz si sente costretto, persino in questa pericolosa questione della resurrezione dei morti, a includervi l'intero regno animale nella sua grande sintesi, e a dire: «Credo che le anime degli animali siano imperiture... e trovo che nulla sia meglio atto a dimostrare la nostra stessa natura immortale.»5
A sostegno di Leibniz, Dean, vicario di Middleton, pubblicò nel 1748 due piccoli volumi su questo argomento. Egli dice che «le sacre scritture lasciano intendere in vari passi che i bruti vivranno in una vita futura. Questa dottrina è stata sostenuta da diversi Padri della Chiesa. La ragione, insegnandoci che gli animali hanno un'anima, ci insegna al tempo stesso che essi esisteranno in uno stato futuro».
Molti uomini di scienza del secolo scorso difesero l'ipotesi di Dean, tra cui in particolare il dotto teologo protestante Charles Bonnet di Ginevra. Bonnet fu l'autore di un'opera estremamente curiosa da lui intitolata Palingenesia,6 ossia la «Nuova Nascita»,7 la quale ha luogo, come egli cerca di dimostrare, grazie a un germe invisibile che esiste in ogni essere; ed egli, non più di Leibniz, riesce a concepire che gli animali debbano essere esclusi da un sistema che, in loro assenza, non sarebbe un'unità, poiché sistema significa «un insieme di leggi».
«Gli animali», scrive Bonnet, «sono libri ammirevoli, nei quali il creatore ha raccolto i tratti più straordinari della sua sovrana intelligenza. L'anatomista deve studiarli con rispetto, e se è dotato, sia pure minimamente, di quel sentimento delicato e riflessivo che caratterizza l'uomo morale, non immaginerà mai, sfogliandone le pagine, di maneggiare lastre di ardesia o di spezzare ciottoli. Egli non dimenticherà mai che tutto ciò che vive e sente ha diritto alla sua pietà e alla sua misericordia. L'uomo correrebbe il rischio di compromettere il proprio sentimento etico se si familiarizzasse con la sofferenza e il sangue degli animali.»
«Quanto al destino dell'animale, se la mia ipotesi è corretta, la Provvidenza serba per essi le maggiori compensazioni in stati futuri...8 E, per quanto mi riguarda, la loro resurrezione è la conseguenza di quell'anima o forma che siamo necessariamente obbligati a riconoscere loro, poiché un'anima, essendo una sostanza semplice, non può né essere divisa, né decomposta, né tantomeno annientata. Non si può sfuggire a tale inferenza senza ricadere nell'automatismo cartesiano; e allora, dall'automatismo animale, si giungerebbe presto e inevitabilmente a quello dell'uomo.»
La nostra moderna scuola di biologi è giunta alla teoria dell'«uomo-automa», ma i suoi discepoli possono essere lasciati ai propri congegni e alle proprie conclusioni. Ciò di cui mi occupo qui è la prova definitiva e assoluta che né la Bibbia, né i suoi interpreti più filosofici hanno mai negato, sull'autorità biblica, un'anima immortale a qualsiasi animale, più di quanto vi abbiano trovato prova conclusiva dell'esistenza di una simile anima nell'uomo — nell'Antico Testamento. Basta leggere certi versetti di Giobbe e dell'Ecclesiaste (iii. 17 e segg., 22) per giungere a questa conclusione. La verità della questione è che lo stato futuro né dell'uno né dell'altro vi è mai menzionato con una sola parola.
San Paolo fu menzionato alla fine della Parte I come difensore dell'immortalità dell'intera creazione bruta. Volesse il cielo che ognuna delle profondissime parole dell'Apostolo Paolo — un Iniziato, qualunque altra cosa egli fosse — venisse compresa con la stessa chiarezza di quei passi che si riferiscono agli animali. Poiché allora, come si mostrerà, l'indistruttibilità della materia insegnata dalla scienza materialistica; la legge dell'evoluzione eterna; l'onnipresenza dell'UNA VITA, ossia l'unità dell'UNO ELEMENTO; e il senso segreto delle parole di San Paolo ai Romani (viii. 18-23), risulterebbero dimostrati, al di là di ogni dubbio o cavillo, essere manifestamente una e medesima cosa.
L'Apostolo premette dicendo (Romani viii. 16-17) che «Lo Spirito stesso» (Paramatma) «rende testimonianza al nostro spirito» (atman) «che siamo figli di Dio», e «se figli, dunque anche eredi» — eredi, s'intende, dell'eternità e dell'indistruttibilità dell'essenza eterna, ossia divina, che è in noi. Poi ci dice che:
«Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che sarà rivelata.» (v. 18.)
Quella «gloria», sosteniamo, non è alcuna «nuova Gerusalemme» — bensì i periodi devacanici e la serie di nascite nelle razze successive, quando, dopo ogni nuova incarnazione, ci troveremo più elevati e più perfetti, tanto fisicamente quanto spiritualmente.
«L'ardente aspettativa della creatura attende la manifestazione dei figli di Dio.» (v. 19.)
Con «creatura» si intende qui l'animale, come si mostrerà più avanti sull'autorità di San Giovanni Crisostomo. Tale «manifestazione» è promessa, alla fine di ogni Manvantara, ossia periodo cosmico, dalle scritture di ogni grande Religione, e — se si eccettua l'interpretazione Esoterica di tutte queste — in nessuna così chiaramente come nei Veda. Poiché lì si dice che alla fine di ogni Manvantara sopraggiunge il pralaya, ossia la distruzione del mondo, quando resteranno i Sishtas, ossia i superstiti, sette Rishi e un guerriero, e tutti i semi, per la successiva ondata umana del Round seguente.10
Entrambe le tradizioni — brahmina e paolina — includono ogni vita animale nella speranza di una nuova nascita e di un rinnovamento in uno stato più perfetto. Poiché, come spiega San Paolo:
«La creatura stessa (ipsa) sarà anch'essa liberata dalla schiavitù della corruzione» (v. 21)
il che equivale a dire che il seme, ossia l'indistruttibile anima animale, la quale non raggiunge il Devachan finché si trova nel suo stato elementare o animale, passerà in una forma superiore e proseguirà, insieme all'uomo, progredendo verso stati e forme sempre più elevati, fino a giungere, tanto l'animale quanto l'uomo, «nella gloriosa libertà dei figli di Dio».
E questa «gloriosa libertà» può essere raggiunta soltanto attraverso l'evoluzione, ossia il progresso karmico, di tutte le creature. Il bruto muto, essendosi evoluto dalla pianta semi-senziente, viene esso stesso trasformato per gradi in uomo, spirito, Dio — et seq. e ad infinitum! Poiché dice San Paolo:
«Noi sappiamo («noi», gli Iniziati) che tutta la creazione (omnis creatura) geme e soffre le doglie del parto fino ad ora.» (v. 22.)
Questo equivale chiaramente a dire che l'uomo e l'animale si trovano su un piano di parità sulla terra, quanto alla sofferenza, nei loro sforzi evolutivi verso la meta, e in conformità con la legge karmica. Con «fino ad ora» si intende: fino alla quinta razza. Per renderlo ancora più chiaro, il grande Iniziato cristiano spiega dicendo:
«Non soltanto essi (gli animali), ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro noi stessi, aspettando l'adozione, cioè la redenzione del nostro corpo.» (v. 23.)
Sì, siamo noi, uomini, ad avere le «primizie dello Spirito», ossia la diretta luce Parabrahmica, il nostro Atma, ossia settimo principio, dovuto alla perfezione del nostro quinto principio (Manas), assai meno sviluppato nell'animale. Come compensazione, tuttavia, il loro Karma è di gran lunga meno gravoso del nostro. Ma questa non è ragione per cui anch'essi non debbano un giorno raggiungere quella perfezione che dà all'uomo pienamente evoluto la forma Dhyan-Chohanica.
Ma il «paragone» degli animali, proverbialmente ingiusto persino verso i propri simili, non poteva certo accettare con facilità di condividere le proprie speranze con il proprio bestiame e il proprio pollame domestico. Il celebre commentatore biblico Cornelius a Lapide fu il primo a rilevare e a rimproverare ai propri predecessori l'intenzione consapevole e deliberata di fare tutto il possibile per evitare che il termine creatura fosse applicato alle creature inferiori di questo mondo. Apprendiamo da lui che San Gregorio di Nazianzo, Origene e San Cirillo sostennero che il termine creatura, nei versetti sopra citati, fosse applicato dall'Apostolo semplicemente agli angeli! Ma, come osserva Cornelio, «questa opinione è troppo distorta e violenta (distorta et violenta); essa è inoltre invalidata dal fatto che gli angeli, in quanto tali, sono già liberati dai vincoli della corruzione».
Né la proposta di Sant'Agostino è più felice; egli infatti avanza la strana ipotesi che le «creature» di cui parla San Paolo fossero «gli infedeli e gli eretici» di tutti i tempi! Cornelio contraddice questo venerabile padre con la stessa freddezza con cui si era opposto ai suoi predecessori santi. Persino il coraggioso Cornelio finisce per spaventarsi dinanzi all'opposizione generale, e decide che con il termine creature San Paolo potrebbe aver inteso — come sostennero Sant'Ambrogio, San Ilario e altri — gli elementi, cioè il sole, la luna, le stelle, la terra, ecc. ecc.
Sfortunatamente per i sacri speculatori, essi vengono sconfessati da un'autorità ancora maggiore della loro. Si tratta di San Giovanni Crisostomo, che la Chiesa Cattolica Romana tiene nella più alta venerazione. Di fatto San Giovanni Crisostomo fu — se un termine così profano può applicarsi a un santo — il «medium» dell'Apostolo delle genti. Riguardo al suo Commento alle Epistole di San Paolo, si ritiene che San Giovanni sia stato direttamente ispirato dallo stesso Apostolo, ossia che abbia scritto i suoi commenti sotto dettatura di San Paolo. Ecco ciò che leggiamo in quei commenti al terzo capitolo dell'Epistola ai Romani:
«Dobbiamo sempre gemere per il ritardo posto alla nostra emigrazione (la morte); poiché se, come dice l'Apostolo, la creatura priva di ragione (mente, non anima) — e di parola (nam si hæc creatura mente et verbo carens) geme e attende, tanto più vergognoso è che noi stessi non facciamo altrettanto.»12
Lo scrivente non è così ingenuo da immaginare che un intero British Museum colmo di opere contro il regime carneo avrebbe l'effetto di indurre le nazioni civili a rinunciare ai macelli, o a far loro rinunciare alla propria bistecca e alla propria oca natalizia. Ma se queste umili righe potessero far comprendere anche a pochi lettori il vero valore delle nobili parole di San Paolo, e indurli quindi seriamente a riflettere su tutti gli orrori della vivisezione — allora lo scrivente si riterrebbe soddisfatto.
Poiché in verità, quando il mondo si sarà convinto — e non potrà evitare di giungere un giorno a tale convinzione — che gli animali sono creature eterne quanto noi stessi, la vivisezione e le altre torture permanenti quotidianamente inflitte ai poveri bruti costringeranno, dopo aver suscitato un'ondata di maledizioni e minacce da parte della società in generale, tutti i Governi a porre fine a quelle pratiche barbare e vergognose.
— H. P. Blavatsky